8 gennaio domenica

8 gennaio 2017 – domenica
È una domenica muta perché i ricordi non fanno rumore, scorrono allegri o tristi o dispettosi, non cambiano e non mentono.
Scivolano veloci sui loro piani colorati o rallentano e si arrestano per scavare dentro mal mascherate gallerie.
C’è gelo fuori.
Al sole invernale i vetri confessano aloni restii, chiazze indelebili, specchi di lacrime, deludenti arcobaleni.
Ecco, è chiaro che sono triste, voglio essere triste anche se non ne ho le ragioni.
Ma, che dire? Questo manto di malinconia mi avvolge quasi con tenerezza.
Anche quella era una domenica.
Quanti anni, quanta libertà nel vento delle nostre canzoni!
Non ho mai raccontato di te. Eri arrivato al mio paese dalla bassa bresciana, per noi montanari significava distese di grano d’oro, grandi fattorie, ricchezza.
In collegio avevo conosciuto alcune ragazze che venivano dalla tua zona. Loro avevano sempre visite di parenti al pomeriggio della domenica e eleganti scatole di cioccolatini, praline, pasticcini. Per sfuggire al sequestro da parte delle monache, ne nascondevano alcuni tra i libri e io, solo io, passando vicino ai loro banchi sentivo il profumo.
Torno a te.
Altissimo, dinoccolato, abito spezzato sempre nelle gradazioni del marrone, fino a digradare agli eleganti beige. Nessuno al mio paese portava pantaloni beige di morbida vigogna con una perfetta piega.
Trovasti pensione nella casa che confinava con la mia e io, maestra pure io ma disoccupata, ti pensai subito come un’ottima distrazione per il lungo inverno.
Beh, anche tu al mio paese non avresti avuto una grande scelta…
– Ciao –
– Ciao –
Stortavi un po’ la bocca nel dire ciao. La presi all’inizio come una smorfia di velato sussiego invece era un piccolo difetto.
C’era solo la radio a quei tempi e la sera, seduti su un consunto divanetto di casa mia, ascoltavamo Teddy e Nilla cantare canzoni d’amore. Anche noi cantavamo con tutti I sottintesi vibranti di sentimento.
Per sfuggire ai controlli di pettegoli e parenti ci iscrivemmo a un corso di religione per l’Africa (?) presso la sede del circolo didattico, a Edolo (25 km. da casa) e le domeniche diventarono tutte rosa: il treno, la piazza, il bosco, il panino…
Ti piantai io perché, quando decisi di partire per Milano in cerca di un lavoro stabile, mi scrivesti di non essere “telegeloso” (erano I primi anni della tv).
Giuro che nemmeno adesso so perché questa parola mi diede tanto fastidio.
Non risposi alla tua lettera e non ci incontrammo più. D’altronde Milano, oltre alla fame, mi offrì altre distrazioni.
Caro Franco L. sono passati così tanti anni e chissà se I tuoi occhi azzurri spaziano ancora sulle bionde distese della bassa?

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Parola

Ti ho raccolta stamattina
mi scivolavi tra le dita come la sabbia calda dei ricordi
giravi in tondo figurine smarrite
scherzando tra piccole lame di polvere di sole
miravi all’inerte peluria delle mie ciabattine
sfuggendo il nastro rosso del regalo
già di nuovo parola già di nuovo Natale.

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Temporale stanotte e pioggia

Ho dormito e sognato la mia vecchia casa al paese
Mi piaceva da piccola accovacciarmi sul tetto e allungarmi poi rischiando fino alla gronda. Mi sentivo uccello e gatto pronto a volare pronto a ghermire e
così sospesa tra il basso e l’alto passavo il tempo ad osservare lo scorrere della vita povera e senza fantasie dei miei compaesani.
Il primo a sbucare dall’angolo della fontanella è sempre Il Dida. Corricchia con passetti rapidi: una mano afferrata al ciuffo della coda della mucca e nell’altra una improvvisata frusta di salice.
La Caterina mezza cieca procede rasente i muri con passo affrettato
Giuanì lancia ordini al mulo con un linguaggio a punti esclamativi: ehhh, ohhh!
La Mulinera arrabbiata sempre e demente per stenti o senilità borbotta incomprensibili sequele.
La Cunumia, con la solita goccia nera di tabacco che scola da sotto il naso e con il cestino per il pane abbellito da un pizzetto ingiallito, va verso la forneria.
Ecco la signora Gina, infermiera, l’inseparabile borsetta per le punture e tante storie di miracoli e malati da raccontare.
Gente di montagna, tutti precocemente vecchi.
Mi punge il naso l’odore del latte cagliato che il vento mi porta prima che appaia il Caser che, col cesto delle ricotte fresche, torna dal piccolo caseificio.
E poi, sempre imponente nella sua tonaca nera, ecco il curato che, con sguardo accattivante, scende i gradinetti verso la chiesa.
E ancora Censo, grasso e incerto, sorridente ritardato autore delle armonie o meno campanarie.
Tutti al mio paese avevano un nomignolo, nessuno mai chiamava qualcuno col proprio nome proprio.
Ripensandoci mi acquietava quella semplice ripetitiva quotidianità, e il mio lassù tra il tetto e il cielo, era un palco all’opera , fronde fruscianti e musica d’uccelli.
Poi tutto sprofondava in un silenzio appagato e magicamente le balze di ardesia del mio privilegiato osservatorio, volgevano il bordo all’insu’ e come ali di un grande uccello mi portavano in alto, in alto, nelle correnti del vento e i miei occhi affamati scavallavano i monti.

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C’è

C'è 'sta luna così grossa e 'sto filo sottile che strangola idea di sonno...
isola senza mare. (mb)
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Ti meriti un amore che ti voglia
spettinata.
con tutto e le ragioni che ti fanno 
alzare in fretta,
con tutto e i demoni che non ti 
lasciano dormire. Ti meriti un amore che ti faccia
sentire sicura,
in grado di mangiarsi il mondo
quando cammina accanto a te,
che senta che i tuoi abbracci sono,
perfetti per la sua pelle.
Ti meriti un amore che voglia ballare
con te,
che trovi il paradiso ogni volta che
guarda nei tuoi occhi,
che non si annoi mai di leggere
le tue espressioni.
Ti meriti un amore che ti ascolti
quando canti,
che ti appoggi quando fai la ridicola,
che rispetti il tuo essere libera,
che ti accompagni nel tuo volo,
che non abbia paura di cadere.

Ti meriti un amore che ti spazzi via
le bugie
che ti porti il sogno,
il caffè
e la poesia
(Frida Kahlo)
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La genzianella

una giornata in scatola
Ci vuole uno spillo per aprire la serratura, si infila nell’angolino destro della piccola toppa ed ecco è fatta. Lo scrignetto mostra i suoi segreti: una chiave, un nastro rosa con sfumature glicine, una saponetta a forma di rosa, rosa, una penna stilografica d’altri tempi con la pompetta d’inchiostro semivuota, un quadernino con la copertina nera cartonata, un rosario, la fotografia ritratto di un alpino giovane con… la piuma sul cappello, un vecchio libro di canzoni popolar-montanaro.
Bella la scatola! Ha i bordi in stoffa ed è rivestita con carta marmorizzata nera e bordeaux, non se ne fanno più così. Io ho il pallino delle scatole.
Chissà chi ne era proprietaria? Emana un profumo romantico di ricordi da toccare, da conservare, da segnare come lo scorrere del tempo delle stagioni di una vita.
Stendo le “robette” sul tavolo con delicatezza quasi devozione e cerco di indovinare nel pudore di una vita sconosciuta la malinconia dei ricordi.
La chiave è un po’ arrugginita, di ferro fatta a mano modellata dal fuoco, dal maglio, da pinze e martello; forte e padrona: di qui non si passa.
Il nastro è arrotolato, aprendolo svela macchioline di un pallido arancio, le pieghe e le increspature fanno pensare a un dono, forse conteneva cioccolatini o caramelle.
Dolcezza nelle mani di un maschio innamorato. La saponetta che di solito anch’io e tuttora prendo negli alberghi, poteva essere testimone, schiuma trattenuta di una notte agitata.
Mi stupisce il quadernino pulito senza parole, solo una data: 13 settembre 1943 e la penna stilografica di buona marca mi schizza una punta di nostalgia. Forse c’era troppo o troppo poco da scrivere… O poco tempo. non si sa.
Mi attira la fotografia dell’alpino. Ha gli occhi un po’ nascosti dall’ombra del cappello, naso aquilino, mascella forte. Uomo d’assalto, montagne in guerra.
E da ultimo quel fiore appassito, un bocciolo di genzianella. Colore di cielo e radici amare. Mi si sbriciola nella mano. Risveglia nella mia memoria la malia di una vecchia canzone
Cosa c’era nel fior che m’hai dato
Forse un filtro, un arcano poter
Nel toccarlo il mio cuore ha tremato
M’ha l’olezzo turbato il pensier …

Richiudo con gesto lento e leggero. Nell’aria si sperde il fruscio di una violata malinconia.

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Piccola riflessione inadeguata

Certo visto così é ripetitiva banalità. Questo mare con le vele il tutto azzurro dell’acqua che fa impallidire il celeste del cielo e i pini marini alti con braccia seccate dal vento e pochi ciuffetti di aghi a ricordo della ricca verde chioma di un”età rigogliosa e andata. Banality naufragare sentimenti a pelo di onde indifferenti e ravvisare musiche nel loro naturale frangersi. Ma io mi sento leggera e paga e questa la chiamo vita e costanza di ripetuto miracolo.
Mi si avvicina zampando un grosso cane; qualcosa avverte della mia beatitudine perché mi fissa e mi annusa e non esce fiato da quel suo testone beige appena piegato sul nodo scorsoio del guinzaglio, qualcosa avverte ma non sa di non poter sapere.
Il catamarano due alberi, bandiera brillante rossa, prende il largo.

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Belgrad

Sto guardando un programma  TV per il festival di Venezia. Stanno commentando il film Belgrado. Quattro ragazze fanno un viaggio in questa bellissima città, sarà certo un bel film! da vedere. La cosa che mi sorprende, piacevolmente però, è che vi si sia introdotta, non so in quale punto, una poesia di Ada Negri della quale, da tempo, si parla veramente poco.

Mia giovinezza

Non t’ho perduta. Sei rimasta, in fondo
all’essere. Sei tu, ma un’altra sei:
senza fronda nè fior, senza il lucente
riso che avevi al tempo che non torna,
senza quel canto. Un’altra sei, più bella.
Ami, e non pensi essere amata: ad ogni
fiore che sboccia o frutto che rosseggia
o pargolo che nasce, al Dio dei campi
e delle stirpi rendi grazie in cuore.
Anno per anno, entro di te, mutasti
volto e sostanza. Ogni dolor più salda
ti rese: ad ogni traccia del passaggio
dei giorni, una tua linfa occulta e verde
opponesti a riparo. Or guardi al Lume
che non inganna: nel suo specchio miri
la durabile vita. E sei rimasta
come un’età che non ha nome: umana
fra le umane miserie, e pur vivente
di Dio soltanto e solo in Lui felice.
O giovinezza senza tempo, o sempre
rinnovata speranza, io ti commetto
a color che verranno: infin che in terra
torni a fiorir la primavera, e in cielo
nascan le stelle quand’è spento il sole.

Ada Negri (Fons Amoris 1939/1943)

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