Blù

Di nuovo quasi primavera
fastidiosa già di insetti
e stridere di rondini
chi le canta romantiche
ha in cuore solo un verso di monotonia
stridente
filtrante da quelle loro
tane sospese
tradite
dalla sporca peluria
affaticate
da involontaria costanza
un frullo rapido
un uovo
una paglia
un verme
Un viaggio da stormo rassegnato.

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Sono galla (adotta una gallina)

Io sono galla, sono nata così, il mio aspetto ‘equivoco’ si intravvedeva fin da pulcia e lanciai il pigolo più acuto quando, con mano lesta, qualcuno mi rovesciò il botolo delle mie parti intime per scoprire il mio sesso.
– Non saprei – disse – strano non c’è il solito puntino ma una specie di protuberanza, nemmeno tanto minuscola, quasi un asterisco dai contorni incerti, boh…-
Fui malamente rigettata tra la paglia e abbandonata al mio destino, nessuna chioccia si voleva assumere la responsabilità di farmi da madre.
Così dovetti imparare fin da piccola ad arrangiarmi soffocando la voglia di ali calde e accoglientl. All’improvviso dopo qualche giorno fui afferrata per le zampette e sottoposta ad un’ulteriore ispezione nelle mie intimità. Provai un gran dolore e svenni.
Le chiocce mormoravano tra loro -….taglio netto….- e la notte fui presa da brividi e me ne stetti accovacciata in un mucchietto di paglia che però ricordo, aveva un odore buono. La mattina dopo la padrona mi acchiappò e strappò, senza avviso e senza grazia, dal mio becco il “dentino” col quale avevo faticosamente rotto il guscio dell’uovo dal quale ero nato.
Provai dolore ma non ebbi tempo di sbeccare un ahi che già mi ritrovai in un catino pieno d’acqua. Fu difficile scansarmi dai becchi gialli e duri che si abbeveravano con risucchi sgarbati. Invano sperai in una zampa amica che mi aiutsse a superare il bordo sbrecciato del catino. Per non affogare sbattei le alucce e forse… volai.
– Resisti- mi dicevo.
E sopravvissi. Imitai tutto e tutti, cavai insetti e vermetti dall’aria o dalla terra, imparai a mie spese quale erba non faceva venire vomito e mal di pancia, in poche parole mi feci forte, agguerrita, diffidente e, soprattutto, non caddi nelle paranoie dei senza famiglia.
Il mio sesso rimase indefinito e lo è tuttora.
Non ebbi vita facile ma oggi sono soddisfatta:
ho un bel petto robusto che anticipa il mio incedere, a dir poco, regale e ali forti che, quando le tengo semiaperte, ricadono con “nonchalance” sulle coscia soda e alta, sempre pronte alla fuga o all’attacco. Se Achille avesse avuto un pollo per amico io sarei stato il suo Patroclo.
Ho zampe forti, passo sicuro, becco largo alla radice, tagliente in punta.
Dettagli superbi.
Il mio neo sta qui nel collo, privo di bargigli e in questa cresta pallida e cadente da gallina.
A volte mi faccio pena e la nascondo, ma la disinvolta spavalderia non lenisce la sofferte carenze.
Io sono galla, l’unica galla di tutti i pollai.

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Parole all’alba

La luna ha perso gli occhi suoi nei fossi
Nel baratto tra ogni luce e le ombre della notte
Freme la foglia nel buio fila trame il mio cuore
Scende ogni opera dell’anima
e si perde nel silenzio dell’urlo del passato
Ho reso innocue le ombre della mia casa
canto e gioco ai quattro cantoni
Volo nel vento per rubarne il talento
nel vivere il tempo e la vita del domani

.
P.S.: scritta a quattro mani con la meravigliosa Benedetta Murachelli in un inizio di notte di follia di Luna di un anno che fugge senza voltarsi indietro

Foto del grande Giovanni Tagliavini

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La Bayadère

 E dopo il 10 arriva l’ 11 ed è un obbligo stamani Signore svolare lo spazio con la tua serpeggiante S maiuscola. C’hai sbriciolato dentro e sopra la testa scintille d’arte di musica di poesia di gesti, di sfide alla tua smisurata onniscenza. Generoso e (forse distratto) hai sciolto l’avarizia gocciolando sfarzo e pìetas sulla corteccia di cuori irriverenti.

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Cercando

lo troverò un masso
da legarti al piede
Spirito mio ribelle
e scanzonato.

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E’ venerdì e ho caldo

oppure Quella voce che mi dice: Provaci!
Io mi chiamo Benedetta ho 84 anni e ho pastrugnato in tutti i controsensi umanamente dissennati delle leggi italiane. Ho un centinaio di “racconti” dal fascismo, alla guerra, alla fame, ai pidocchi, alla scuola (che non mi piaceva) al collegio, alla verginità, alla disobbedienza, alla parola concubina (che ancora mi fa correre dietro a qualche angolo) al mio magro petto con la sentenza, a carattere cubitali, ragazza madre, ecc.ecc.
Ho anche c.160 poesie, non “sfoghi colorati dell’animo” ma sudate e sofferte sintesi di emarginazioni e (figurate o no) pacche sul sedere tempestosamente sempre all’unisono con lo schiocco delle innumerevoli porte chiuse. Perché scrivo questa roba? Perché oggi mi sento addosso quella cappa di oscurantismo che mi ha schiacciato come un insetto e perché penso che tanto nessuno leggerà queste parole.
mb

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Diletto

Siamo soli stamattina

nessuno tra te e me

mio prepotente tarlo.

Sii buono oggi

scava piano dentro

le mie spigolose cavità.

Non ebbi potere, lo so ma

oggi decido io chi trattengo e

per l’amore che mi manca

per i baci che non ho dato

per le voglie che ho represso

TU sarai mio RE.

Affonda un po’ ma piano, fa’ che

il graffio sembri eccitante solletico

dentro queste gallerie del silenzio.

 

 

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