Che simpatica confusione

Che nostalgica confusione

Mi sono tirata addosso la borsa dell”800 piena di fotografie buttate così tutte alla rinfusa: bambini e fidanzati, le coppie e le dame, i vivi e i morti, le prime comunioni e i matrimoni.
Ho provato a scegliere ma non ce l’ho fatta, tutte raccontano qualcosa perfino quelle di personaggi sconosciuti.
Si nota subito la sproporzione; della mia famiglia ce ne sono due o tre: mia mamma, mio papà, un mio nonno morto tanti anni prima che io nascessi. La foto è stata recuperata dalla lapide.
Penso che fosse il ritratto per un’occasione particolare. Giovanni, questo il suo nome, ha un’espressione molto dolce, baffi, cappello calzato alle orecchie e il vestito della festa con il farfallino. Forse per il matrimonio chissà? Sposava una donna audace e intraprendente che alla sua morte, a soli 42 anni, si prendeva i figli e partiva per l’America in cerca di fortuna.
Sbiadite e visibilmente intimorite noi tre sorelle, forse almeno fisicamente ci assomigliavamo, chissà…
Per la famiglia di mio marito nvece ce n’è una valanga: ritratti di dame generosamente incappellate e vestite, piegoline, velette e pizzi e finissime passamanerie.
L’intruso nel coro delle foto è Tezuya, un ragazzo giapponese che aveva studiato canto in Italia e, di colpo, mi torna in mente quell’imprevedibile nonchè improvvisato viaggio in Giappone nel gennaio del del 1976.
Tezuya era un piccoletto vivacissimo, tutto inchini e grandi sorrisi. Lo incaricarono di tenermi a bada mentre mio marito e adepti passavano le giornate in pratiche esoteriche nei 
dojo del Mahi Kary, una specie di setta che doveva liberare il mondo dalle malattie, non è il caso di aggiungere altro.
Tezuya era eccezionale, viveva da solo e per prima cosa e con molto orgoglio, mi mostrò la lavatrice, monumento al progresso e all’industria occidentale, installata nell’ingresso già minuscolo del minuscolo appartamento.
Con lui corsi per le vie di Tokyo, Kyoto, Osaka, Nagasaky con la curiosa fame data dalla fretta e l’allegra sostanza dei pezzi d’opera.
Verdi, Puccini, Rossini, Donizetti.
Lui tenore, io… gallina, ma come era eccitante lanciare a gran voce 
Va pensiero dall’ultimo piano girevole dei grattacieli, nel cielo azzurro e freddo di gennaio e poi aleggiare con… virtuuuuuù, giù fino ai tetti delle casupole basse e circondate ognuna dal proprio piccolissimo giardino. Era come buttare una fune musicale tra la grandezza e l’umile base su cui da sempre e per sempre la grandezza poggia e poggerà.

Era pieno di idee originali o addirittura strane. Diceva, ad esempio, che per pronunciare una parola così totalizzante come  “benedetta” (il mio nome) bisognava impostare la voce e precedere la parola con un ohhhh… e Ohhhh… Benedetta mi cantava con sfumature in sali-scendi.
La ohhhh in do maggiore e qualche volta addirittura in si e benedetta piano piano. Chissà forse era un complimento giapponese forse no ma suonava bene.
Un piccolo commento lo merita la piccola foto in basso a destra: macchina, gommone, roulotte o tenda. Ecco questa era la mia famiglia e questo lo spirito che vi aleggiava nell’abbondanza o nelle difficoltà perchè non importa come ma il mondo va conosciuto e portato a casa per l’inverno.