Prima di spegnere la luce

Allora ragiono: prima di spegnere la luce…io che faccio?

Devo ammettere che l’idea principale è quella del risparmio, centesimi in bollette e queste tuttora per me incomprensibili.

-SPEGNETE LA LUCE! – L’ordine veniva da mio padre ed era senza appello. La cosa curiosa è che, a quei tempi, c’era l’alternativa tra contatore e limitatore, ovviamente limitare anche allora significava diminuire, risparmiare, costringere, addirittura punire castigare, ecc.ecc. Il nostro era tarato a 100 candele dopodiché la corrente si interrompeva e con un clic la luce saltava.

La conseguente caccia al colpevole avveniva al buio e anche lo scapaccione, a chi tocca tocca, essendo io la più piccola mi era facile raggomitolarmi in qualche angolo e passarla liscia.

L’ordine partiva alle ore dieci e bisognava spegnere tutto anche la radio e il libro, infilato sotto le coperte, diventava il propulsore cartaceo per viaggi astrali, fantasie nascoste, mai scritte. Era bello comunque svegliarsi al mattino con la copertina rigida di un romanzo infilata sotto la pancia o sotto la schiena o affettuosamente cinta da un braccio quasi amorosamente. Nella testa di notte rullava l’ultima frase letta che prendeva strade diverse dalle consuete ed era come se si inventasse una vita nuova anche per se stessi.

In collegio era ancora peggio. Non una voce

ma due “tic” prodotti da uno strano aggeggio di legno, ordinavano perentoriamente il silenzio e suonavano, si fa per dire, la ritirata. Trascurabile il fatto che, per la lunga fila, qualche ragazzina non avesse fatto in tempo a fare la pipi.

A tastoni bisognava raggiungere il letto.e infilarsi frettolosamente sotto le coperte. Era il momento delle vendette e volavano spintoni e pizzicotti.

Spariva anche la faccia di Suor Enrica: brutta irregolare asimmetrica gialla e strabica, solamente qualche breve bagliore, carpito alla fioca luce dei lampioni di via Martinengo da Barco, attraversava le grosse lenti dei suoi occhiali. Poi la quiete del buio dissolveva anche la sua cattiveria.

Adesso sono io la padrona della mia luce e se la spreco me la godo e me la pago. Anzi quando mi prende liberatoria follia, accendo tutte l e lampadine e giro per le stanze dando voce alle inevitabili ombre rattrappite negli angoli, ognuna ha un proprio nome: Sghimbescia, tondina, impalata, carotina, squadratina, ghigliottina (questa sta sotto una sedia del ‘700 che piace alla gatta).

E, cari miei, non mi va ancora di pensare che prima o poi la cassa per la fila più lunga, sarà senza sportello.

So che la mia anima chizzerà raggi laser su misura per le sue ali e sorvolerà il grande cancello ignorando il cartello:

Dolci case, sicure liete case” (Emily Dickinson)

(vendita a prezzi convenienti)

Informazioni su murachellibenedetta

Sono nata a Cemmo, piccolo borgo della Valcamonica , ricco di pietre ricamate che solo in leggende poetiche possono tramandare l'irripetibile abituale quotidianità di lontane vicende, sguardi verticali, storie minuscole. Vivo a Peschiera Borromeo, cittadina conglobata nella metropoli milanese. Scrivo perché parole stregate stringono buffe alleanze con mani disubbidienti.
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