Ancora un inverno

“E’ lungo il fucile, va dalla spalla al muro” (I.T.)
La notte è buia. A tratti piove una pioggia rabbiosa e fitta.
Sulle guance di Angela bruciano lacrime senza sintassi.
Confuse, un po’ scendono un po’ risalgono lungo il viso, sferzato dal vento.
Sta appollaiata sulla sponda destra del carro da fieno, il volto
impenetrabile e nel pensiero l’urlo dell’impotenza. Non teme i posti
di blocco, con la frusta colpisce a tratti la coscia poderosa del
cavallo. Ogni ruota affonda nel fango e acqua torbida si rapprende
come sangue sprecato.
Un lamento ogni tanto: – Vai, Fermo, portiamo a casa Giovanni -.
E un singhiozzo sfugge alle labbra serrate.
– Alto là! –
La luce di una lampada a carburo ferma il cavallo e una voce secca e
gutturale intima:
– Scendete dal carro -.
Angela si lascia scivolare lentamente.
– Cosa trasportate? –
Lancia un’occhiata al mitra puntato verso lei, gira dietro l’ultima
ruota, stringe le cocche del suo scialle della festa e solleva il
lembo di lenzuolo, sporco di fango e di sangue, che il traballio del
carro ha fatto scivolare giù fin quasi a terra,
– Il mio Giovanni – risponde. La voce è ferma e gli occhi pieni di sfida.
La luce della lampada colpisce il viso martoriato, acre l’odore della
morte veicola contrastanti ideali:
libertà di poveri – dei poveri l’ignorante arroganza.
– Avete un lasciapassare? –
– No, mi chiamo Angela e porto a casa il mio Nanni -.
Il soldato abbassa gli occhi, dà una manata alla pancia del cavallo e mormora:
– Andate, ma state attenta, ci sono ribelli in giro -.
– Aspettano voi -. Risposta imprudente
Il soldato sospettoso alza per un attimo il palmo della mano poi
abbassa lo sguardo e ripete: -Andate –
Lei si affianca alla sponda del carro, infila una carezza sotto il lenzuolo e:
– Non temere – dice – te l’ho detto che ti riporto a casa -.

Il viaggio è lungo, 10 km. dal muro del cimitero di Breno dove Nanni è
stato fucilato sull’orlo della fossa da lui stesso scavata, al piccolo
cimitero del loro paesino tra le montagne e… fino all’eternità.
La notte è sempre più scura ma il cavallo conosceva Giovanni e conosce
la strada e, quasi consapevole, a testa bassa, con un trotto regolare,
compie la sua missione.
Nanni e Fermo erano due lavoratori: aravano, seminavano,
raccoglievano, falciavano, trasportavano letame, sementi, grano,
fieno, uva, mais sobbalzando tra zolle e mulattiere e cantando e
sostando per una sorsata dal fiasco e una bracciata di biada.
Giovanni era un corteggiatore scanzonato, gli occhi azzurri socchiusi
fissavano ammiccanti e senza sosta la ragazza che gli garbava, non
aveva avuto fidanzamenti duraturi ma c’erano cascate un po’ tutte.
Alto, dinoccolato, sornione, l’ espressione da fanciullo imbronciato,
appariva sempre a credito di tenerezze e coccole.
Furtive, anonime carezze lo sfioravano all’uscita dalla messa e
qualcosa di più alla sera dopo il rosario con la complicità del buio.
Quando Angela giunge davanti al cancello del cimitero è quasi l’alba,
non aveva incontrato più nessuno. Il silenzio è compatto e
indistinguibili le tombe. Il parroco aspetta Angela nella celletta,
l’abbraccia.
– Venite, siamo soli, facciamo presto, non si sa mai -.
– Aiutatemi – dice Angela – è così magro e così pesante -.
Sobbalzano entrambi al calpestio improvviso; dal fitto del bosco di
castagni escono uomini, donne, bambini, partigiani, fanno schiera, due
ragazzi portano una croce avvolta in un drappo e sul drappo c’è
scritto:
“Per la libertà Giovanni per ora e per sempre. 1921 – 1944”
Una preghiera affrettata poi, altrettanto silenziosamente, gli amici
si dileguano e i compagni di lotta s’arrampicano leggeri lungo i
sentieri della montagna.
Poco dopo, come ad un segnale convenuto, provocatoria e minacciosa,
dai pendii contrapposti, una raffica di mitra squarcia l’alba.
L’ultimo inverno, la guerra finirà dopo pochi mesi.
Come quello di tanti altri, il nome di Giovanni impallidisce, con la
memoria, su un cippo posto proprio lì in quel piccolo anfratto della
montagna dove i suoi ideali e il suo coraggio erano stati braccati:
era il 13 ottobre del 1944..

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