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Diletto

Siamo soli stamattina

nessuno tra te e me

mio prepotente tarlo.

Sii buono oggi

scava piano dentro

le mie spigolose cavità.

Non ebbi potere, lo so ma

oggi decido io chi trattengo e

per l’amore che mi manca

per i baci che non ho dato

per le voglie che ho represso

TU sarai mio RE.

Affonda un po’ ma piano, fa’ che

il graffio sembri eccitante solletico

dentro queste gallerie del silenzio.

 

 

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L’alba

L’alba succhia al buio della notte

parole e silenzi che depone

nelle culle di carta

dei romantici insonni

mb

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Ancora una bella serata

E così ci siamo fatti anche il XXXIII canto del Paradiso. Stupefacente Dante, dopo Più di sette secoli ancora ci tiene incatenati alle sue terzine. Su alcuna ci siamo soffermati di più, forse perché arrvava con più scioltezza alla nostra esperienza sentimentale o umana:

Qual é colui che sognando vede,

che dopo ‘l sogno la passione impressa

rimane, e l’altro a la mente non riede…

Come quando ci svegliamo con la sensazione di aver sognato. Non ricordiamo le immagni ma l’emozione sì. Una similitudine efficacissima! È come se Dante sognasse qualcuno che ha sognato di vedere Dio. Sembra Borges quando dice che l’oblio è la parte più profonda della memoria. Sembra un passo de Le mille e una notte. Ci sono dentro tutti i libri dell’umanità. E ognuno di noi deve riconoscere che riposta in un angolo della mente o del corpo o unitamente nel cuore, questa immagine esiste. Giudicante o terribile, tollerante o consolante se ne sta acquattata per insorgere al bisogno. Non voglio farla lunga, scavare e scavare e non arrivare mai alla certezza, sfuggente e riflessa dentro lo specchio di un noi che non conosceremo mai: misurati sui paragoni spezzettati dalle consuetudini, esaltati da un super-io lui stesso immagine raccolta da secoli di miti e querule condiscendenze.

Così la neve al sol si disigilla;

così al vento ne le foglie levi

si perdea la sentenza di Sibilla.

la similitudine della neve che … si scioglie abbastanza improprio. la trama di ogni particella di neve si disgrega si rompe in tante micro particelle che svaniscono come e dove non si sa, c’è davvero da perderci la testa e la pancia.

E anche la Sibilla cumana vedeva sparpagliate dal vento tutte le foglie sulle quali aveva scritto le sue sentenze così non si capiva più niente.

Non è sbagliato pensare che tutto quello che viviamo è un sogno. Qualcuno l’ha fatto per noi e se questo qualcuno è Dante ce lo teniamo in casa.

sono stata prolissa? Forse sì, abbiate pazienza.

Per-compito: Rileggere il canto e lasciarsi andare nello scrivere le impressioni su uno o più versi che vi hanno colpiti, meravigliati o addirittura storditi e nei quali magari un po’ ci riconosciamo.

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L’epopea di Stizzi (riveduto e corretto)

“ Una gallina da corsa andò sulla pista di Monza per partecipare alla gara di formula uno. Quando vide sfrecciare le autombili a duecento km all’ora si ritirò avvilita.
– Bella forza , esclamò, loro hanno le ruote! -”
Quando Stizzi lesse questa notizia scoppiò in pianto.
Le lacrime scendevano copiose dagli occhietti isotopicamente contrapposti.
Non c’era consolazione al vacillare del suo sogno. Si isolò nell’angolo più oscuro del pollaio e meditò su possibili ma poco cruente modalità per il proprio pollicidio.
Quando nacque la Chimercomare aveva predetto per lui un avvenire di gloria, di fatica sì, ma anche di vittorie:
– Sarà un atleta – aveva detto – ha cosce snelle e muscoletti sodi e la punta delle zampette tocca già, senza sforzo, l’abbozzo dorato delle ali -.
– Un pollo da podio- aggiunse convinta.
Poi accadde quel che accadde: in un grande ristorante gestito da cinesi, una contessa capricciosa ordinò un’ala di pollo fresca fritta e dorata al punto giusto. Spaventato dall’irruenza il cameriere corse in cucina e passò l’ordine al capo chef che lo passò al macellaio, un omone grosso, sudato e impaludato in una sudicia grembiula bianca. Questi corse nel prato dietro casa dove i polli vivevano liberi e in bella mostra per ingolosire i clienti, si tuffò sul primo volatile a tiro,  l’ afferrò con veemenza per un’ala che essendo tesa per sfuggire alla visibile condanna, si spezzò e si staccò di netto dal corpo. Solo un budello di pelle cadeva vuota e floscia dal moncherino. Stizzi si accasciò tramortito sanguinante dolorante e forse svenne, chissà!? 

Era passata tutta una stagione ma Il ricordo dell’incidente lo tormentava soprattutto al risveglio quando, aperte le ali, si lanciava verso la botola dalla quale scendeva il mix di grani semimacinati.

Lui era il più veloce, sempre primo davanti a tutti. 

Stizzi fece una pausa nei funesti pensieri e sospirò. Come ogni volta, l’alma in fiamme esalava rancori e rimpianto.
Era impossibile mascherare  quel moncherino perchè anche le piume e le sovrapposte penne si erano sfoltite.

Si ripeteva sconsolato: Handicappato, io sono un handicappato!

Si faceva forza il povero ma la perdita era stata terribile: proprio l’ala sinistra, per lui mancino, la più importante,  e nelle orecchie il rombo di quel vocione rauco che dall’alto grida a una donna agghindata da una crestina bianca traforata, molto diversa da quella della sua mamma Cargallina:
– Ecco l’ala per la contessa -.
Ohimè!
  Era stato un attimo, una strappata disumana: il sangue, lo scricchiolare dell’osso e il pavimento che batte duro e freddo contro il suo becco spalancato in un sordo cocohi…ohi…cocohi…
Ma Stizzi è di buona razza, si lecca la ferita e non si arrende, punta sulle sue zampe robuste e scattanti, per ore ricalca  i corridoi di conquista di padron gallo, superando sterpi, fossati e rovi, fino a lasciare solchi larghi come piste.
Fu ascoltando la conversazione di due campioni accecati galli lottatori, che apprese di paraolimpiadi.
– Be’ – pensò – sognare non costa niente -.
E, sogna che ti sogna, il sogno prese forma e, tra cocorosi auguri e beneauguranti applausi, Sti (abbrev.familiare) partì per le paraolimpiadi. (risparmio ai lettori tutto il programma ben congeniato di teoria e pratica per una accurata preparazione fisica e mentale).

Ed eccolo alla partenza, al colpo secco dello starter, i suoi muscoli balzano in avanti.
– Emozionato? – gli chiede il concorrente alla sua destra forse per distrarlo.
Sti nemmeno lo sente, il cuore pompa già al costante ritmo delle falcate, l’ala in planata sta erta e tesa come vela controvento.

Il cervello è in delirio, gasato e reso euforico dall’ossigeno compresso nei polmoni, ingrana la quarta o forse la sesta e il nastro tricolore del traguardo s’impiglia docile nel becco spalancato.

“Ultime dalla pista di Polcity: Categoria sottoposti mutilati:
Stizzi della scuderia “Libera campagna” conquista la medaglia d’oro. Atleta tenace ecc.ecc….
Questo si lesse sul POLGIORNALE il giorno dopo.

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L’epopea di Stizzi (un pollo alle paraolimpiadi)

 “Una gallina da corsa andò sulla pista di Monza per partecipare alla gara di formula uno. Quando vide sfrecciare le autombili a duecento km all’ora si ritirò avvilita.
– Bella forza , esclamò, loro hanno le ruote! -”
Quando Stizzi lesse questa notizia scoppiò in pianto.
Le lacrime scendevano copiose dagli occhietti isotopicamente contrapposti.
Non c’era consolazione al vacillare del suo sogno. Si isolò nell’angolo più oscuro del pollaio e meditò su possibili ma poco cruente modalità per il proprio pollicidio.
Quando nacque la Chimercomare aveva predetto per lui un avvenire di gloria, di fatica sì, ma anche di vittorie:
– Sarà un atleta – disse – ha cosce snelle e muscoletti sodi e la punta delle zampette tocca già senza sforzo l’abbozzo dorato delle ali -.
– Un pollo da podio- aggiunse convinta.
Poi accadde quel che accadde, una contessa capricciosa voleva e subito, un’ala di pollo fritta e un omone grosso, sudato e impaludato in una sudicia grembiula bianca, afferrò il primo volatile a tiro e operò una vigorosa sforbiciata sulla salda ma fragile cartilagine della giuntura della sua ala sinistra.

Il ricordo dell’incidente lo tormentava soprattutto al risveglio.

Stizzi fece una pausa nei funesti pensieri e sospirò. Come ogni volta, l’alma in fiamme esalava rancori e rimpianto.
Era impossibile mascherare  quel moncherino perchè anche le piume e le sovrapposte penne si erano sfoltite.

Si ripeteva sconsolato: Handicappato, io sono un handicappato!

Si fa forza il povero ma la perdita era stata terribile: proprio l’ala sinistra, per lui mancino, la più importante,  e nelle orecchie il rombo di quel vocione rauco che dall’alto grida a una donna agghindata da una crestina bianca traforata, molto diversa da quella della sua mamma Cargallina:
– Ecco l’ala per la contessa -.
Ohimè!
  Era stato un attimo, una sforbiciata disumana: il sangue, lo scricchiolare dell’osso e il pavimento che batte duro e freddo contro il suo becco spalancato in un sordo cocohi…ohi…cocohi…
Ma Stizzi è di buona razza, si lecca la ferita e non si arrende, punta sulle sue zampe robuste e scattanti, per ore ricalca  i corridoi di conquista di padron gallo, superando sterpi, fossati e rovi, fino a lasciare solchi larghi come piste.
Fu ascoltando la conversazione di due campioni accecati galli lottatori, che apprese di paraolimpiadi.
– Be’ – pensò – sognare non costa niente -.
E, sogna che ti sogna, il sogno prese forma e, tra cocorosi auguri e beneauguranti applausi, Sti (abbrev.familiare) partì per le paraolimpiadi.

Ed eccolo allo starter.
– Emozionato? – gli chiede il concorrente alla sua destra forse per distrarlo.
Non rispose e al prorompente colpo di pistola partì sfoggiando, dapprima, un ritmo tranquillo e costante. 

Baluginò appena gli occhietti sugli altri contendenti, prese di mira il primo, assestò il passo al ritmo del cuore e, individuato il leggero dondolio del nastro al traguardo, a collo teso si lanciò come rincorso da una volpe maligna.

Il cervello in delirio, gasato e reso euforico dall’ossigeno compresso nei polmoni, ingranò la quarta o forse la sesta e il nastro tricolore s’impigliò docile nel becco spalancato.
“Ultime dalla pista di Polcity: Categoria sottoposti mutilati:
Stizzi della scuderia “Libera campagna” conquista la medaglia d’oro. Atleta tenace ecc.ecc….
Questo si lesse sul POLLGIORNALE il giorno dopo.

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Adoravo il tango

Adoravo il tango
così selvatico strisciante
lento lento veloce veloce.
Di sera sfoggiavo perline e lamé
e tra le braccia robuste di
accaldati cavalieri cadenzavo milonghe e casché.
Ci tradì l’età.
E sopraggiungesti tu
mio pietente pennino spuntato e
non seppi resistere a quel tuo punzecchiare zoppo.
Silente, nel buio perforasti camicia e reggiseno e
ti posasti in trepidante attesa sul mio cuore.
So che sei sveglio, so che mi spii
So che conservi sbiaditi puzzle di furtive trasgressioni
So che sospiri all’adombrata luce della luna,
sospiri e ti prosciughi sul fioco contorno di un fiore di pesco.

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Vipava: il tuo fiume che quella volta fu anche mio.

Ci conoscevamo da poco, eravamo contenti o addirittura felici quel giorno. Io aggiungevo una pillolina alla mia curiosità e tu soffiavi sulla tua malata nostalgia.

La prima casa alla fine del ponte sul Vipava, il serpentone che faceva un po’ da separazione tra la vicina Gorizia e la Yugoslavia, era la tua, ricostruita dopo l’incendio.

Era stata bruciata per ben due volte, dagli austriaci e poi dai fascisti e ricostruita alla fine dagli americani. 4 stanze due pianoterra, due piano superiore. Squadrata e impersonale.

Ci fermammo a metà del ponte per guardarci attorno e seguire, ognuno coi propri pensieri, lo scorrere lento dell’acqua verde a tratti, a tratti azzurra.

Non c’era nessuno in giro, suggestivo il panorama e il silenzio penetrante.

Poi tu incominciasti a raccontare dapprima di giochi, di tuffi, di scherzi, di infanzia povera e spensierata e poi di occupazioni, di guerre e rivoluzioni: italiani, austroungarici, di nuovo italiani, Yugoslavi, sloveni.

Ad ogni cambiamento il fiume si portava via la spazzatura e ridiventava il vostro compagno di giochi, il vostro “mare”.

Era bello ascoltarti, la mia tendenza di romantica missionaria s’infiammava sempre più mentre da sotto il ponte l’acqua fluiva placidamente celiando con l’ombra degli alberi.

– Sai? – dicevi – A volte, noi ragazzotti, i nazi-fascisti ci facevano spogliare nudi poi buttavano le bombe a mano proprio lì vicino alla brodina dove l’acqua è più profonda, era un massacro i pesci volavano per aria in una colonna d’acqua e poi ricadevano pesantemente restando a galla morti e gonfi e noi dovevamo tuffarci più e più volte per raccoglierli tutti.

Che periodo, che paure, che storie, che guerra! Che follie! Figurati che Bogdan una notte sfidando le sentinelle attraversò il Vipava per andare a Gorizia a comprarsi la mortadella. Lui era un po’ più grande di me, un pesce in acqua, velocissimo anche a correre. Il cibo era scarso, ma lui a volte arrivava con le tasche piene di salsicce. Solo dalle lamentele del giorno successivo si sapeva chi aveva dovuto rinunciarvi ma ormai era fatta. Il prete era il suo bersaglio preferito, perchè i cristiani gli davano sempre qualcosa in cambio della promessa del paradiso.

Neanche il coprifuoco lo fermava, nel buio totale della sera sembrava che lui avesse un radar per sfuggire alle pattuglie. E guarda che cetnici, ustascia, partigiani di Tito, fascisti, tedeschi che fossero, non facevano sconti a nessuno o uccidevano o deportavano -.

Restammo lì in silenzio ancora un po’.

Distrattamente paragonai al Vipava il mio fiume Oglio, e mi balzò in testa solo la definizione studiata alle elementari: “E’ un importante fiume italiano, nasce dal Corno dei Tre Signori, percorre tutta la Valcamonica, forma il lago D’Iseo. Affluente di sinistra del Po, scorre in Lombardia, nelle province di Brescia, Bergamo, Cremona, Mantova…

(brodina: spiaggetta)

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