Il passato è un paese lontano

cinque righe ondulate come onde tranquille

attraversano il seno e poci più giù

cinque punte stellate contornavano

una stella di desiderio.

Erano piccole ali sparse di farfalla

quelle che conducevano le tue labbra

rosse di doni al monte di Venere.

Nessuna scalata ormai può sciogliere

gli arbusti generosi.

Sì, il passato è un paese lontano.

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Contrasti

Contrasti

Ho visto l’alba.
Portava un collettino di taffetà, bizzarro e lucente,
come nuovo, sulle spalle forti del mio mondo.
Una Meraviglia!
Sfuma veloce all’orizzonte.
Tra orli d’ombra di nuvole scure
pensieri bruciano
come caffè riscaldato del giorno prima
o vane riflessioni sui perchè della sera.
Ho profuso unguenti fragranti su occhi assonnati,
pozza riarsa tra i sassi di un torrente impietoso.
Passato remoto.
Verrà l’ora in cui foglie rassegnate
cadendo lungo gli argini di fossi fangosi
cancelleranno anche le orme alate dei tuoi piedi.
Peró
oggi
Cuore mio
ancora io scriverò per te parole odorose
sui muri della nostra casa.
mb

 

 

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Per il pane buono di Natale

Ricetta

PER IL PANE BUONO DI NATALE

iNGREDIENTI
acqua, farina, lievito, zucchero, uova.
Dosi q.b.
Esecuzione: mani e testa  per la festa.

Acqua ?!: fresca e pura e sicura é quella di Francesco

…” Laudato sii, mio Signore, per sora acqua,
la quale è molto utile, e umile, e preziosa e casta”.

Per la farina e il lievito vado da Luca (13-21)
«A che cosa rassomiglierò il regno di Dio?
E’ simile al lievito che una donna ha preso e nascosto in tre staia di
farina, finché sia tutta fermentata». (e se saprò chiedere potrò forse
avere più di tre staia per me e per gli amici).

Per lo zucchero? Faccio un salto da Federico
“Controluce a tramonti
di pesca e zucchero
e il sole dentro la sera
come il nocciolo nel frutto.
La pannocchia serba intatta
la sua risata gialla e dura
Agosto.
I bambini mangiano
pane nero e luna piena”.
(Federico Garcia Lorca)

E per un pizzico di sale, busso alla porta di Dante. Lui sa certo dove
prenderlo.
Paradiiso Canto XVII ”
“Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e il salir per l’altrui scale”.

Le uova le chiedo a Giovanni
“Valentino… Pensa a gennaio, che il fuoco del ciocco
non ti bastava, tremavi, ahimé!
E le galline cantavano, un cocco!
Ecco ecco un cocco un cocco per te!
Poi venne marzo e le galline chiocciarono…”
(Giovanni Pascoli)

E poi, giocando girotondi con le dita, lascerò cadere nel dolce
impasto , seicentotredici chicchi rossi e sugosi
“E’ la melagrana profumata
un cielo cristallizzato.
Ogni grana è una stella
Ogni velo è un tramonto.”
(Federico Garcia Lorca)

E se questo pane è buono ce lo potrebbe dire Nazim

Ti amo come se mangiassi il pane spruzzandolo di sale
come se alzandomi la notte bruciante di febbre
bevessi l’acqua con le labbra sul rubinetto
ti amo come guardo il pesante sacco della posta
non so che cosa contenga e da chi
pieno di gioia pieno di sospetto agitato
ti amo come se sorvolassi il mare per la prima volta in aereo
ti amo come qualche cosa che si muove in me
quando il crepuscolo scende su Istanbul poco a poco
ti amo come se dicessi Dio sia lodato son vivo.
(Nazim Hikmet)

 

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Per me – divagazioni

Quando

l’imbrunire

porta solo il buio

e l’alba

il canto dei conventi,

tingono per me

cuscini di nuvola

i cieli di novembre.

mb

 

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Paesaggi

“Non importa quanto freddo sia l’inverno, dopo c’è sempre la primavera”

Associazione libera:     Fessura

Le case del mio paese erano strette le une alle altre. 

Ricordarle oggi mi dà quasi una sensazione di tenerezza. Piccoli abbaini simili a torrette si ergevano come sentinelle sopra i tetti e larghe assi di legno dividevano ballatoi e proprietà.

Da queste finestrelle lo sguardo poteva spingersi fino alla cima dei monti, allargarsi poi sui boschi, sul fiume, sulle stradette convergenti a gomitolo intorno alla grande chiesa.

Io mi ci appollaiavo verso sera quando il riverbero del crepuscolo filtrava  dalle fessure delle assi stagionate, distendendo luce discreta su brevi momenti, quasi irreali, respiri di fne giornata, di meritati riposi, di famiglie raccolte intorno al tavolo, odore di soffritti di lardo e cipolla per la minestra, cene frugali, fumo dai camini e l’ombra dela sera che si allarga dal cielo. 

Le fessure, tra un’asse e l’altra, da anni ormai facevano parte della struttura.

Nessuno perdeva tempo a spiare dall’altra parte nella loggetta del vicino, sarebbe stato tempo perso poichè tutto accadeva inevitabilmente come in pubblico, sia che ci si desse la voce o le botte o si chiedesse in prestito la zappa o una patata o un pugno di sale. 

In uno di questi spiragli io e la mia convicina, una bambna sfollata da Torino per i bombardamenti, avevamo infilato la fotografia di Pierino, un maschietto che alla domenica sfoggiava pantaloni alla zuava, camicina stirata e scarpe lucide, rarità che spiccavano tra braghe di fustagno e ciabatte di gomma con buco ovale ad ogni dito, vie di fuga per odori e sudori. 

Era bello Pierino: occhi grandi, nasetto impertinente e regolare e la bocca semiaperta in una specie di smorfia maliziosa.

Ne eravamo innamorate tutte e due così, a turno, or di qua or di là, sfilavamo la foto, la lisciavamo e accarezzavamo, sognando intensamente incontri concreti e esclusivi.

Era chiaro che Pierino preferiva la torinese, parlava italiano lei, e aveva boccoli neri a cascata sulle spalle contro gli striminziti codini che mia mamma ungeva di petrolio per paura dei pidocchi, diffusissimi e grassi dopo che un battaglione di soldati si era insediato in tende ancorate ai muretti dei campi di granturco in attesa di essere spediti al fronte. 

Lei, la cittadina, arrivava alla messa della domenica con un castello di fiocchi in testa e tanti altri fiocchetti sparsi sul carré e sull’orlo del vestito della festa. La mamma la teneva per mano fino al banco delle bambine, sì perchè maschi e femmine erano separati in chiesa, e Lei nemmeno si inginocchiava per non sporcare le calzette bianche. 

I miei risolini tradivano la mia mal celata gelosia.

Caro Pierino la guerra finì, la tua famiglia si trasferì a Milano, gli sfollati tornarono alle loro case o meglio alle loro macerie e di tutte queste bufere ormonali a me non  rimase che quel rettangolino 3×5 solcato a metà anche lui ormai, da una irreparabile fessura.

Soffrii, non per amore, ma perchè mi mancò quella amorosa contesa che mi faceva perfino lavare spontaneamente la faccia e cantare “Vieni c’è una strada nel bosco…”

Tu diventasti ingegnere, direttore dei lavori della metropolitana, io… be’ io sto ancora diventando… chissà forse un bucaneve o un rosato ramo di pesco a primavera.

Calce e mattoni hanno sbaragliato le domestiche, familiari assi che nonostante la loro vetustità emanavano balsamico profumo di trementina.

E anche questo mio ricordo è solo una fotografia che, tra una fessura e l’altra, mi piace dividere idealmente con voi.

 

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Quasi poesia

E quando all’orizzonte

folate di vento

spargevano zucchero a velo

sui raggi del sole nascente,

Tu scoreggiavi nell’aria

questa ineffabile malinconia.

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La liberazione

Avrei voluto scrivere qualcosa di patriotticamente importante, antropologicamente nobilitante, storicamente eroicizzante ma, quando tutto ciò accadde io ero ancora piccola e non vedevo che i brandelli sanguinanti di una guerriglia che ogni giorno lasciava morti e feriti in campi impropriamente detti di battaglia.
Erano strade, erano boschi, erano prati dove nonostante tutto fiorivano margherite, crocus, bottoni d’oro e quei piccolissimi campanellini azzurri che chiamavamo in dialetto “ugiatì de la Madona” (occhietti della Madonna). Era cominciata nel ’38, volevamo conquistare l’Africa. Anche i ragazzi del mio paese partirono al ritmo di Faccetta nera e La sagra di Giarabub. Poveri! Avevano equipaggiamenti inadeguati e l’abbigliamento cosiddetto coloniale di coloniale aveva solo il colore kaki. Sentii dire che i soldati de La Folgore, un battaglione di volontari, lasciassero in Abissinia “le scarpe al sole”. Una sintesi che faceva piangere ma che a me, confondendo volontari con le scarpe al sole faceva pensare che l’avessero fatto di proposito. In fondo era anche vero, l’ironia non risparmia nemmeno le lapidi. Dopo tre anni di esaltate vittorie e taciute sconfitte, di sfilate e canti patriottici, il fascismo cadde. Niente più balilla, niente piccole italiane e le divise sparite, eppure erano di stoffa buona. I canti sospesi e i gruppetti per le strade proibiti.
Per sussidiare l’esercito vennero tolte le campane dai campanili e la fede d’oro delle mamme e delle donne non mamme, donate alla patria. Ricordo bene questa cosa perchè vigliaccamente le fedi le fecero portare a scuola dai bambini che ovviamente tormentavano le madri fino a sfinirle e a sfilarsi  ‘sto benedetto cerchietto d’oro. In cambio ebbero un altro cerchietto di metallo, non so dire di più. Peró io volevo riassumere queste mie memorie infantili in poche righe invece vedo che sto andando per le lunghe.
8 settembre 1943:un certo Badoglio fa un discorso che viene trasmesso dagli altoparlanti. L’Italia non ce la fa piú e chiede l’armistizio. Da quel momento non ci fu più salvezza. Tutti erano nemici di tutti, tutti erano delatori dei delatori, ogni città ebbe la propria Villa Triste dove si torturava e ammazzava chiunque fosse solo sospettato di aiutare i ribelli o gli antifascisti. Noi stavamo tutti con i ribelli, stavano in montagna e quindi erano tutti montanari come noi. Mi sto perdendo di nuovo, scusate ma volevo ancora scrivere che i giorni che precedettero il 25 aprile del 1945, sulla strada del fondovalle che portava verso il Brennero, sfilavano in continuazione camion pieni di tedeschi in fuga e noi, dalle logge e dai balconi di legno delle nostre case, facevamo la gara a chi ne contava di più. Si diceva che sotto i teloni ce ne fossero anche tanti feriti.
La guerra era finita.
Eravamo tutti contenti, si poteva tirare il collo a una gallina o ammazzare un coniglio in pieno giorno e perfino il maiale non doveva essere più registrato all’ammasso con nome e cognome.
I partigiani superstiti si chiamavano a gran voce scambiandosi cameratesche pacche sulle spalle. E i fascisti? Spariti: o morti o travestiti. Questo è quello che io racconto e mi basta; primo perché non voglio ricordare di più e, secondo, perché la Storia, si fa per dire, vera l’hanno scritta in molti riempiendo più pagine dei morti in guerra.
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